Tumore alla prostata, test genetici per guidare le cure nei casi localizzati

Un nuovo progetto punta a usare test genetici nei tumori prostatici di grado intermedio per orientare le scelte terapeutiche ed evitare interventi non necessari.

Test genetici per personalizzare le decisioni cliniche

Un nuovo percorso di ricerca e assistenza mira a migliorare la gestione dei tumori prostatici localizzati attraverso l’impiego di test genetici. L’iniziativa coinvolge uomini tra i 45 e i 75 anni con diagnosi di tumore prostatico ISUP 2, una forma di grado intermedio che pone spesso dubbi sulla strategia terapeutica più appropriata. Il progetto prevede l’utilizzo di un test che analizza l’espressione di specifici geni legati alla crescita e all’aggressività del tumore, restituendo un punteggio in grado di stimare il rischio di progressione della malattia.

L’obiettivo è affiancare alle informazioni cliniche e radiologiche un dato biologico aggiuntivo, utile per scegliere se procedere con un trattamento chirurgico o mantenere un approccio più conservativo, come la sorveglianza attiva.

Dalla sorveglianza attiva alla chirurgia: cosa mostrano i primi dati

L’interesse per questo approccio nasce dai risultati di uno studio già condotto su un gruppo di pazienti seguiti in sorveglianza attiva. In quel contesto, il test genetico ha mostrato una buona capacità di distinguere i pazienti che hanno potuto proseguire con controlli periodici senza intervento da quelli che, nel tempo, hanno manifestato una progressione tale da rendere necessario il ricorso alla chirurgia.

Questi risultati hanno aperto la strada a un progetto più ampio, pensato per essere integrato nei percorsi assistenziali regionali, così da rendere disponibile un’informazione genetica standardizzata e condivisa nella valutazione dei tumori prostatici localizzati di grado intermedio.

Terapie focali e chirurgia mini-invasiva: le altre linee di ricerca

Accanto all’impiego dei test genetici, sono in fase di sviluppo anche strategie terapeutiche sempre meno invasive. Tra queste figurano tecniche focali che utilizzano energia a microonde, elettroporazione irreversibile in caso di recidive dopo radioterapia e trattamenti laser per affrontare contemporaneamente il tumore e l’ipertrofia prostatica benigna.

Sul fronte chirurgico, l’introduzione di piattaforme robotiche con accesso tramite un’unica incisione punta a ridurre ulteriormente l’impatto dell’intervento. L’integrazione tra diagnostica avanzata, terapie mirate e tecnologie mini-invasive rappresenta il fulcro di un modello di cura orientato a trattamenti sempre più personalizzati e proporzionati alle caratteristiche biologiche della malattia.

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