Secondo uno studio americano, alcune particelle rilasciate dal tessuto adiposo favorirebbero l’accumulo di placche nel cervello, aumentando il rischio di Alzheimer.
Lo studio e le nuove evidenze
Una ricerca condotta dallo Houston Methodist Academic Institute e pubblicata su Alzheimer’s & Dementia: The Journal of the Alzheimer’s Association ha evidenziato un possibile collegamento tra obesità e morbo di Alzheimer.
Gli studiosi hanno individuato un ruolo chiave delle vescicole extracellulari, minuscole particelle rilasciate dal tessuto adiposo che trasportano segnali dannosi in grado di attraversare la barriera emato-encefalica. Secondo i ricercatori, queste vescicole agirebbero come “messaggeri” capaci di favorire la formazione delle placche di beta-amiloide, tipiche della malattia neurodegenerativa.
Il lavoro, coordinato da Stephen Wong e John S. Dunn, è il primo a dimostrare in modo diretto come l’eccesso di grasso corporeo possa influire sulla comunicazione cellulare e, di conseguenza, sul deterioramento cognitivo. Analizzando modelli murini e campioni umani, il team ha notato che nei soggetti obesi la composizione lipidica di queste vescicole è diversa, così come la velocità di aggregazione della beta-amiloide rispetto alle persone normopeso.
Il morbo di alzheimer e le cause genetiche
Il morbo di Alzheimer è una patologia neurodegenerativa progressiva che provoca una perdita graduale della memoria e delle capacità cognitive. Colpisce soprattutto le persone oltre gli 80 anni, con circa 24 milioni di casi nel mondo.
Nel cervello dei pazienti si osservano accumuli di beta-amiloide e proteina tau, che danneggiano i neuroni e compromettono la trasmissione dei segnali nervosi. Sebbene nella maggior parte dei casi la malattia non abbia una causa ereditaria, la componente genetica gioca un ruolo importante. Alcuni geni, come APOE-e4, APP e PSEN1, sono associati a un rischio maggiore di sviluppare la patologia.
Prospettive terapeutiche e prevenzione
I ricercatori americani ipotizzano che intervenire sulle vescicole extracellulari potrebbe diventare una nuova strategia per prevenire o rallentare lo sviluppo della malattia negli individui obesi. Il passo successivo sarà valutare se terapie farmacologiche mirate possano bloccare la trasmissione dei segnali tossici e ridurre la formazione di placche cerebrali.
Lo studio apre così la strada a un possibile approccio terapeutico combinato che, accanto al controllo del peso e alla prevenzione dell’obesità, includa anche nuovi trattamenti molecolari per proteggere il cervello dai danni legati al metabolismo.
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