Morbo di Alzheimer: l’efficacia dei farmaci disponibili

Le malattie neurodegenerative sono caratterizzate da una disfunzione cronica e progressiva delle funzioni celebrali; ad essere colpite sono soprattutto la memoria e la capacità di pensare, dal momento che la demenza può causare stati di confusione, deliri, allucinazioni e cambiamenti del comportamento. Una malattia, dunque, particolarmente insidiosa, perché scardina l’identità delle persone e cancella o altera i loro vissuti cognitivi ed emotivi.


“Il morbo di Alzheimer rappresenta la forma più comune tra le malattie degenerative che, con l’aumento progressivo del tasso di anzianità, saranno sempre più diffuse nella popolazione con indubbi effetti di natura etica, sociale nonché economica. – spiega la Dr.ssa Maira Gironi, Neurologo presso il CAM di Monza e presso l’Istituto di Neurologia Sperimentale del San Raffaele di Milano – La patologia colpisce prevalentemente le persone anziane oltre i 65 anni, età a partire dalla quale, la probabilità di essere colpiti da demenza raddoppia circa ogni 5 anni. I malati di Alzheimer sono, nel mondo, circa 35 milioni, una cifra allarmante che trova riscontro anche nei dati nazionali: in Italia le persone affette da questa patologia sono più di 800 mila”.

“A fronte di questi dati – continua la Dr.ssa Maira Gironi – risulta più che mai necessario fare luce sulla malattia attraverso la ricerca. Diversi studi concordano nel sostenere che le alterazioni cerebrali del morbo di Alzheimer sono evidenti oltre 15 anni prima della comparsa del deficit di memoria e dunque delle manifestazioni cliniche della malattia; questo dato, se da un lato risulta allarmante in termini numerici, dall’altro è sicuramente indicativo della possibilità di intervenire per tempo sul progredire del morbo.”
Morbo di Alzheimer: l'efficacia dei farmaci disponibili
I farmaci approvati in Italia permettono oggi solo di rallentare il decorso della malattia, ma non di arrestarlo, né tanto meno di recuperare le funzioni ormai compromesse. Ciò è dovuto al fatto che, in realtà, la conoscenza dei meccanismi della malattia è parziale e solo di recente sono state fatte importanti scoperte che potrebbero aprire la strada, tra anni, a possibili nuove terapie. Tra i cofattori del danno celebrale, si è da poco scoperto che un ruolo determinante è dovuto allo stress ossidativo e al danno infiammatorio che determinano. La ricerca si prefigura più che mai fondamentale per approfondire i meccanismi per cui alcuni neuroni risultano più protetti di altri, capire quali sono i meccanismi riparativi di cui sono dotate alcune cellule ed evidenziare le differenze tra risorse antiossidanti in individui differenti. La speranza è quindi che la medicina del futuro sia in grado non solo di arrestare la degenerazione incontrollata del cervello, ma anche di stimolarne le stesse risorse autoriparative.