Le sfide e i giochi di un mondo interconnesso

Cosa vuol dire “mondo globalizzato”? E “gamification”? Proviamo a spiegarlo in questo articolo.

Per Alessandro Barbero, famoso storico che sta spopolando sui social ma soprattutto medievalista e grande conoscitore di Dante Alighieri, la globalizzazione inizia dall’Impero Romano. Anche ai quei tempi, ovviamente in formato minore, c’era una fitta rete di scambi, di traffici di merci, di persone e di idee. Sarà tra Cinquecento e Seicento che il sistema economico diverrà quella che per gli esperti è “l’economia-mondo”: un centro produttivo, l’Europa dell’Inghilterra e dei Paesi Bassi soprattutto, verso cui vanno a confluire le decine di periferie sparse in tutto il mondo, ovvero le colonie in nord America e nel sud, nell’Africa, nell’Indocina e così via.

La globalizzazione, insomma, è qualcosa di molto antico. Eppure come parola ha catturato la scena soprattutto a finire degli anni 90. Il mondo globalizzato divideva intellettuali e commentatori tra chi ne riconosceva i benefici e le virtù, e chi invece elencava rischi, pericoli e conseguenze nefaste. Quello che non si può negare, però, è che il mondo globalizzato abbia portato la società ad essere sempre più interconnessa: traffico aereo, mobilità di persone, di merci, di informazioni, internet e connessioni varie. Eppure, come ricordava Thomas Friedman nel suo libro “Il mondo è piatto. Breve storia del XXI Secolo”, uscito nel 2005, gli scambi commerciali continuano ad essere definiti da confini e distanze, il che ci rende vicini ma legati alle nostre realtà nazionali.

A renderci realmente globalizzati quindi è il mondo della tecnologia e delle connessioni: social, internet, smartphone. Che con i loro meccanismi e le loro caratteristiche hanno invaso le nostre vite. Basti pensare, a titolo esemplificativo, al grande impulso della gamification, ovvero il trasferire modalità tipiche dei videogiochi alla vita reale di tutti giorni: sfide, livelli, bonus, non legati però alla play station o al computer ma direttamente al nostro lavoro, alla scuola, ai rapporti sociali.

Essere sempre connessi vuol dire anche non percepire più la reale distanza tra un mondo online e un mondo terrestre, reale, fisico. E chissà se questo può essere un bene o un male. E chissà, soprattutto, se la gamification e l’iperconnessione potrà aiutare gli esseri umani a fronteggiare le sfide future. Quali? Quelle dell’ambiente ad esempio. Lo sguardo deve essere rivolto al futuro, anche se non sapremo come sarà il nostro pianeta nel 2050. Eppure il futuro è già nelle nostre mani. E per cambiarlo, forse, basterà un gioco. O una connessione.