Louis Daguerre: Google festeggia il papà del Dagherrotipo

Louis-Jacques-Mandé Daguerre e il dagherrotipo. Dopo una pausa di diversi giorni Google concede il bis a stretto giro di posta. Dopo il Logo Google dedicato a Giò Pomodoro, oggi è il turno di un altro Doodle dedicato a un personaggio altrettanto importante della storia del nostro Pianeta.

Google celebra oggi Louis-Jacques-Mandé Daguerre, nato a Cormeilles-en-Parisis, 18 novembre 1787 e morto a Bry-sur-Marne, il 10 luglio 1851. Il colosso di Mountain View celebra proprio il 224esimo anniversario dalla sua nascita. Louis-Jacques-Mandé Daguerre è stato un artista e chimico francese. E’ passato alla storia soprattutto per essere stato l’autore di una invenzione che ha rivoluzionato e probabilmente cambiato per sempre la storia della fotografia. Louis-Jacques-Mandé Daguerre ha infatti inventato il processo fotografico chiamato dagherrotipo.

Louis-Jacques-Mandé Daguerre trascorre i primi anni della sua vita a Orléans. Figlio di genitori lavoratori, suo padre era impiegato nella tenuta reale. Louis-Jacques-Mandé Daguerre muove i suoi primi passi facendosi assumere per gli allestimenti dell’Opéra de Paris. Sono anni ed esperienze importanti, perchè è qui che capisce molti trucchi nell’ambito del disegno e della scenografia.

Importante anche la sua esperienza negli anni in cui diventa allievo di Pierre Prévost: stiamo parlando infatti del primo pittore francese ad avventurarsi nel complicato campo dei panorami.

Louis-Jacques-Mandé Daguerre negli anni affina la sua arte e diventa un pittore e uno scenografo teatrale. Inizia a diventare davvero celebre quando inventa l’impiego a teatro del diorama, una specie di fondale dipinto con l’aiuto della camera oscura. Su questo sfondo prova a proiettare luci e colori di intensità diversa. E’ un vero successo, perchè il risultato è molto suggestivo, e questo gli procura molta fama nell’ambiente, dal momento che il suo modo di lavorare lo rende unico nel panorama teatrale.

Ma è a partire dal 1824 che Louis-Jacques-Mandé Daguerre inizia a sperimentare nuove tecniche in modo da riuscire a fissare l’immagine ottenuta attraverso la camera oscura. In questa attività diventa fondamentale per Louis-Jacques-Mandé Daguerre il rapporto con Joseph Niépce, con cui si scambia risultati, pareri e opinioni importante.

Louis-Jacques-Mandé Daguerre non riuscirà subito con il suo collega a raggiungere risultati significativi: basti immaginare che solo sei anni dopo la morte di Niepce riuscirà a mettere a punto la tecnica che poi verrà ricordata con il suo nome: la dagherrotipia.

La tecnica verrà poi presentata al grande pubblico solo nel 1839: sarà merito dello scienziato François Arago che la presenterà in due diverse sedute pubbliche all’Académie des Sciences e dell’Académie des Beaux Arts.

Louis-Jacques-Mandé Daguerre riuscirà in vita a godere della sua invenzione e del successo giustamente tributatogli. Questo grazie al fatto anche la sua invenzione, una volta comunicata a tutti, gli varrà una pensione vitalizia. Certo un riconoscimento minimo rispetto all’importanza di ciò che aveva fatto. Louis-Jacques-Mandé Daguerre è stato un pioniere la cui invenzione ha poi costituito la base dello sviluppo della fotografia futura, e per questo oggi Google gli dedica il suo Doodle.

Ma vediamo nel dettaglio in cosa consiste la dagherrotipia. Come detto stiamo parlando di quello che viene considerato il primo procedimento fotografico che ha consentito lo sviluppo di immagini. Uno dei suoi limiti, nonostante si trattasse di una invenzione rivoluzionaria, era che si trattava di immagini non riproducibili. Come detto si tratta di una tecnica inventata da Louis Jacques Mandé Daguerre che si avvalse dell’importante collaborazione di Joseph Niépce, che per primo ebbe l’intuizione di uno studio in questo senso. Importante fu anche la collaborazione di suo figlio, Isidore. La scoperta diventò di dominio pubblico nel 1839 grazie allo scienziato François Arago. L’occasione per la presentazione fu un incontro che si tenne all’Académie des Sciences e dell’Académie des Beaux Arts.

Ma in cosa consiste il dagherrotipo? Stiamo parlando di una particolare tecnica fotografia, rivoluzionaria per quei tempi, che si mette in atto grazie all’impiego di una lastra di rame su cui è stato applicato elettroliticamente uno strato d’argento. E’ proprio su questo strato di argento che avviene il processo fondamentale, perchè quest’ultimo viene sensibilizzato alla luce grazie all’azione di vapori di iodio. Poi la lastra viene esposta entro un’ora e per un periodo che va dai 10 ai 15 minuti.

Ecco come il suo inventore in un suo fascicolo, Il Daguerrotipo, edizione del 1840, spiega il procedimento per la realizzazione di un dagherrotipo:

Questo processo si divide in cinque operazioni.

La prima consiste nel nettare e pulimentare la lamina e renderla propria a ricevere lo strato sensibile.
La seconda, nell’applicazione di questo strato.
La terza, a sottomettere nella camera oscura la lamina preparata a ricevere l’azione della luce affine di ricevervi l’immagine della natura.
La quarta, nel fare apparire questa immagine che non è visibile al suo uscire dalla camera oscura.
La quinta finalmente ha per iscopo di togliere lo strato sensibile che continuerebbe ad essere modificato dalla luce e tenderebbe necessariamente a distruggere interamente la prova.


Per sviluppare un dagherrotipo ci si serve di vapori di mercurio che devono avere una temperatura di circa 60 °C. Questa particolare temperatura è fondamentale dal momento che consenti di diventare biancastre le zone prima esposte alla luce. C’è poi la fase finale del procedimento, che consiste nel fissaggio che si ottiene con una soluzione di tiosolfato di sodio. Quest’ultimo passaggio è fondamentale dal momento che serve a eliminare gli ultimi residui di ioduro d’argento.

Grazie a questo procedimento, l’immagine ottenuta, il dagherrotipo appunto, si ottiene un qualcosa di non riproducibile. Inoltre necessita di essere osservata sotto un angolo particolare in modo che possa riflettere la luce in modo che il soggetto si veda bene. La tecnica ha anche un’altra controindicazione: per via del rapido annerimento dell’argento e della fragilità della lastra, il dagherrotipo necessitava subito di essere messo sotto vetro.

Solitamente si usava custodirlo all’interno di un cofanetto che veniva decorato da eleganti intarsi in ottone, pelle e velluto. Una procedura che non aveva altro scopo se non quello di sottolineare come si trattasse di un oggetto particolare e di valore. Bisogna infatti pensare alla straordinaria invenzione per quei tempi, e dunque chiunque avesse fatto realizzare una immagine magari della propria famiglia, dei propri figli, dei propri genitori o della propria moglie, tendeva a trattarlo come un oggetto quasi dalle caratteristiche sacre.

Un po’ perchè era un oggetto che raffigurava la persona amata, un po’ perchè vista la sua fragilità richiedeva ancora di più di essere custodita con particolare cura e dovizia.

Ma una volta che la tecnica e la sua validità diventarono di dominio pubblico, inevitabilmente si scatenò la caccia al tentativo di migliorarne il procedimento e anche i risultati. L’invenzione era stata fatta ed era sotto gli occhi di tutti, e come spesso accade in questi casi si può dire che lo sforzo maggiore era stato messo da parte.

Adesso si trattava di partire da quella base importante per ottenere un prodotto che sotto diversi aspetti potesse avere delle caratteristiche sempre migliori, e non furono in pochi a cimentarsi in modo da contribuire al miglioramento di questa straordinaria invenzione che, potete immaginarlo facilmente considerando l’epoca di cui stiamo parlando, aveva colpito l’immaginario collettivo. E che si proponeva come un qualcosa di commercialmente molto valido. Per questo molti fiutarono l’affare.

E lo fiutarono in maniera giusto, oggi possiamo dirlo, perchè se pensiamo al cammino che ha fatto la fotografia da allora fino ai giorni nostri e quanto si ancora presente nella nostra vita quotidiana al giorno d’oggi, comprendiamo quale volume di affari abbia potuto sviluppare attorno a se.

Uno di quelli che cercarono di ridurre i tempi di sviluppo ed aumentare in questo modo il campo d’applicazione della dagherrotipia anche al giornalismo, fu John Frederick Goddard. Lui per primo ebbe l’intuizione di usare i vapori di bromo per aumentare la sensibilità della lastra. Si tratta di un risultato che riuscì a ottenere pure Jean Francois Antoine Claudet, anche se lui utilizzò i i vapori di cloro. Va detto che nemmeno unione di queste due tecniche e di obiettivi più luminosi consentirono un’esposizione inferiore ai dieci secondi. Inoltre si capì molto velocemente come l’impiego di vapori di mercurio rende la produzione di dagherrotipi fosse un procedimento pericoloso per la salute.

A vederla oggi, la fotocamera impiegata allora per la dagherrotipia è un congegno tanto affascinante quanto incredibile per i suoi tempi, e la sua invenzione costituisce davvero una pietra miliare nel settore delle arti figurative: era composta da una scatola di legno, sulla quale veniva praticata una fessura per la lastra di rame sul retro. Davanti disponeva di un obiettivo fisso, in vetro e ottone.

Nei primi tempi, questo era costruito sullo schema dell’ottico francese Charles Chevalier. Poi man mano che l’oggetto fu perfezionato, assunse dimensioni e caratteristiche sempre più diverse. Lo schema dell’ottico francese disponeva di una luminosità che andava da f/11 e f/16 e la lunghezza focale era di 360mm.

Ma una prima rivoluzione avvenne nel 1840 quando Josef Petzval presentò un nuovo obiettivo a quattro lenti che consentiva una straordinaria luminosità (f/3.7). Questo miglioramento consentì finalmente la riduzione dei tempi di esposizione. A quel punto fu chiaro a tutti che l’invenzione era qualcosa di geniale e di straordinario, destinato ad avere successo nel mondo per molti anni. E così Daguerre, Niépce e A. Giroux, presa coscienza della straordinaria invenzione che avevano tra le mani decisero di fondare una società per la produzione della strumentazione necessaria ad ottenere i dagherrotipi. La storia della fotografia aveva inizio e non si sarebbe fermata più.