Addio “prediabete”? La proposta che cambia la diagnosi del diabete di tipo 2

Una nuova classificazione a stadi punta a superare il termine “prediabete”: l’obiettivo è intervenire prima e ridurre i rischi legati alla malattia.

Un termine sotto accusa

Il termine “prediabete” potrebbe essere presto messo in discussione. La proposta, rilanciata sulle pagine di The Lancet Diabetes & Endocrinology e ripresa dalla Società Italiana di Diabetologia, invita a rivedere il modo in cui viene definita questa condizione.

Nato per indicare una fase intermedia tra valori glicemici normali e diabete conclamato, il concetto di prediabete aveva l’obiettivo di favorire interventi preventivi. Tuttavia, secondo diversi esperti, questa definizione rischia di ridurre la percezione del problema, ritardando azioni terapeutiche e di prevenzione.

I rischi già presenti

Le evidenze scientifiche indicano che questa condizione non è neutra. Anche prima della diagnosi di diabete, possono comparire conseguenze rilevanti per la salute, tra cui un aumento del rischio cardiovascolare, complicanze renali e altre patologie croniche.

“Definire questa fase come ‘pre’ rischia dunque di banalizzarne l’importanza e di ritardare gli interventi di riduzione del rischio”, osserva Raffaella Buzzetti, presidente della Società Italiana di Diabetologia.

Una nuova classificazione a stadi

La proposta alternativa introduce una lettura più articolata del diabete di tipo 2, considerato come un processo continuo. Il modello si basa su una progressione legata alla riduzione della funzione delle cellule che producono insulina e all’aumento della resistenza insulinica.

In questo quadro, vengono individuati diversi livelli della malattia: una fase iniziale in cui i valori glicemici risultano ancora nella norma ma il rischio è già elevato; una fase intermedia, caratterizzata da alterazioni glicemiche di diversa velocità di progressione; e infine la fase conclamata del diabete.

Intervenire prima e meglio

Secondo gli esperti, riconoscere le fasi iniziali come parte integrante della malattia consentirebbe di anticipare gli interventi. Questo approccio permetterebbe di agire in modo più mirato, attraverso modifiche dello stile di vita e strategie personalizzate.

“Riconoscere gli stadi iniziali come parte della malattia significa poter intervenire precocemente”, sottolinea Buzzetti, evidenziando anche la possibilità di calibrare meglio le cure in base all’età e alle condizioni del paziente.