Il dolore che dura oltre tre mesi non è sempre cronico in senso clinico: contano anche i meccanismi del sistema nervoso.
Quando il dolore diventa davvero cronico
Nel linguaggio comune si definisce “cronico” ogni tipo di dolore persistente, ma in ambito medico la questione è più complessa. A chiarirlo è il dottor Massimo Barbieri, responsabile del servizio di terapia del dolore interventistica all’IRCCS Ospedale Galeazzi-Sant’Ambrogio di Milano e all’Istituto di Cura Città di Pavia.
Come spiegato dal medico, la semplice durata superiore ai tre mesi non è sufficiente per classificare il dolore come “cronico” in senso stretto. In medicina ogni condizione protratta oltre i 90 giorni viene etichettata come cronica, ma nel caso del dolore entrano in gioco meccanismi specifici del sistema nervoso, che alterano la percezione e rendono il dolore una condizione autonoma.
Meccanismi neurologici e falsi miti
Un esempio utile riguarda chi soffre di mal di schiena da mesi a causa di un’ernia del disco o di una discopatia: in questi casi si parla più correttamente di dolore “persistente”, ma non di vero dolore cronico. Quest’ultimo, infatti, si attiva attraverso circuiti neurologici alterati, soprattutto a livello del sistema nervoso centrale, e può insorgere sin dall’evento scatenante, senza attendere i tre mesi canonici.
Un caso emblematico citato dal dottor Barbieri è quello di un motociclista coinvolto in un incidente che subisce una lesione delle radici cervicali: qui il dolore cronico può manifestarsi subito, proprio perché i circuiti cerebrali alterano la trasmissione e percezione dello stimolo doloroso.
Le forme più comuni di dolore cronico
Tra le condizioni più frequentemente associate al dolore cronico ci sono i disturbi vertebrali legati a artrosi, discopatie e radicolopatie. Questi ultimi sono dolori legati all’irritazione o compressione delle radici nervose, spesso a livello lombare o cervicale, e rappresentano una delle principali cause di disagio duraturo nella popolazione adulta.