Dopo l’estate gli italiani si aspettano le riforme sulle pensioni da parte del governo Letta. Bisognerà infatti mettere mano alla riforma previdenziale attualmente in vigore, messa a punto nel 2011 dal governo Monti, la cosiddetta riforma Fornero.
La prima modifica sarà certamente legata all’età in cui si può andare in pensione, adesso oltre i 66 anni. In questo senso si può essere ottimisti perchè l’attuale ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, ritiene questo meccanismo troppo penalizzante per i lavoratori.
Giovannini dovrà fare in modo che il futuro crei sempre meno esodati, vale a dire i lavoratori anziani ultrasessantenni che, disoccupati, non hanno i requisiti per accedere al pensionamento, stando le attuali regole.
Sul tavolo di Letta e Giovannini c’è la proposta di legge presentata dai deputati del Partito Democratico Cesare Damiano, Pierpaolo Baretta e Maria Luisa Gnecchi. La loro idea è semplice: sì al pensionamento a 66 anni, ma possibilità di scelta individuale, salvo piccoli malus. Insomma in pensione anche a 62 anni di età, purché siano stati accumulati 35 anni di contribuzione.
Che penalizzazioni verrebbero applicate? La pensione 66 anni viene tagliata di un importo del 2%, per ogni anno di pensionamento anticipato, fino a un massimo dell’8%.
Insomma chi va in pensione a 65 anni subisce un taglio di due punti percentuali, 4% a 64 anni e 6% a 63 anni. Infine a 62 anni, 8%. 
Altra proposta, la possibilità di andare in pensione anche con 41 anni di servizio, indipendentemente dall’età. Resta da capire se tutto ciò sia fattibile. I detrattori sostengono che con questo meccanismo si rischia di far andare ancora una volta in rosso i conti dell’Inps, con bonus e malus che non si compenserebbero adeguatamente.