Aveva ragione il papà di Amy Winehouse a sostenere che non era stata un’overdose di droga a stroncare la giovane vita di sua figlia. L’autopsia e gli esami tossicologici condotti sul corpo senza vita della cantante 27enne hanno evidenziato come in effetti non ci fosse alcuna presenza di droga nel suo corpo.
Al contrario, pare che ci fossero tracce di alcol, ma non è dato sapere in quale quantità. Resta dunque il dubbio che sia stato proprio l’alcol a causare il suo decesso, anche se pare improbabile che possa evere ingerito una quantità tale da morirne. Insomma aveva ragione il padre di Amy Winehouse quando diceva che la figlia ci stava provando sul serio a venire fuori dal tunnel della droga, e in effetti coloro i quali sostenevano la tesi dell’everdose o addirittura del suicidio, sono smentiti. Il che amplifica il mistero sulla morte della cantante, e per il momento motivi certi che possano aver portato al suo decesso non ce ne sono. Forse non è nemmeno troppo credibile la tesi del papà, che sostiene come sia stata proprio l’astinenza forzata ad uccidere Amy. La Winehouse aveva dimostrato più
di una volta di essere in grado, quando lo decideva davvvero, di dire stop a qualsiasi dipendenza, da un giorno all’altro, metodo che per quanto encomibile sottoponeva il suo fisico già minato da anni di abusi a stress non da poco.
Come spesso accade per le morti improvvse di star celebri e maledette, anche la scomparsa di Amy Winehuse è circondata dal mistero, e questo non fa altro che alimentarne il mito. Un mito che si sta tramutando in una quantità di dischi venduti postumi anche superiore a quelli che era riuscita a piazzare con la sua folgorante ascesa al successo.