Lo smart working sopravvivrà quando la pandemia sarà finita?

Una delle tendenze che si è sviluppata maggiormente nel biennio 2020-2021, in piena crisi pandemica, è sicuramente quella dello Smart Working. Il cosiddetto “Lavoro Agile”, che consiste generalmente nello svolgimento del lavoro da casa dal proprio computer fisso o Portatile, potrebbe sopravvivere anche alla fine della pandemia, seppur in maniera drasticamente ridotta rispetto alla sua attuale diffusione.

Per problemi legati soprattutto alla diffusione della pandemia, lo smart working si è rivelata una scelta praticamente obbligata per molte aziende, che non potendo fermare le attività quotidiane, hanno dovuto formare i propri dipendenti e metterli in condizione di attrezzarsi per continuare a svolgere il proprio lavoro.

Lo Smart Working ha, come praticamente ogni altra cosa, aspetti positivi e aspetti negativi.

Gli aspetti positivi sicuramente comprendono la riduzione delle ripercussioni ambientali del recarsi ogni giorno sul proprio posto di lavoro. Infatti secondo alcuni studi, ogni dipendente percorre in media 2.400 km in meno e 270 kg di CO2 in meno emessi. Oltre agli aspetti ambientali, è chiaro che le pratiche di Smart Working favoriscono anche uno stile di vita che permette un miglior equilibrio tra vita privata e lavorativa.

Anche gli aspetti negativi però, non sono trascurabili: se il miglior equilibrio tra vita privata e lavorativa può essere un aspetto positivo, rischia anche di essere un’arma a doppio taglio, con il confine tra questi due aspetti che diventa sempre più incerto. È un fattore di rischio anche l’isolamento sociale, non andando più sul posto di lavoro le relazioni sociali sono sempre meno intense e si sa come questo tipo di relazioni siano importanti per l’equilibrio della persona.

Invece, uno dei rischi più concreti per le aziende è la difficoltà del trasferimento delle informazioni: non essendo tutti i lavoratori nello stesso luogo di lavoro, il processo di condivisione delle informazioni rischia di rivelarsi lento ed inefficiente.

La domanda che è lecito porsi però è: quando la pandemia finirà e la vita tornerà ad essere quella di prima, lo Smart Working sopravviverà?

Al momento è lecito presumere che, quando le cose torneranno alla normalità, la maggior parte delle aziende tornerà a privilegiare il lavoro in presenza, soprattutto per questioni di praticità. Non è però da escludere che lo Smart Working, seppur in maniera ridotta, sopravviva e che la sua diffusione sia superiore ai tempi pre-Covid 19. È infatti probabile che in quelle aree dove l’efficienza, la customer satisfaction e la produttività migliorano anche grazie a queste pratiche di lavoro a distanza, lo Smart Working sopravviva alla fine della pandemia.

È chiaro quindi che se ciò dovesse accadere, sarebbero però necessarie nuove misure e tutele per i lavoratori che continueranno a svolgere i propri impieghi con questa modalità: una di queste misure già presenti per la tutela del lavoratore in Smart Working è il diritto alla disconnessione, previsto dalla legge sullo Smart Working (art. 19 della legge 81/2017). Questo diritto prevede che il lavoratore possa non restare continuativamente connesso durante l’intera giornata lavorativa, per evitare che il lavoro interferisca troppo con la sfera privata e per evitare al lavoratore quella che si puo definire una vera e propria “sbornia digitale”, che potrebbe tradursi anche in malattie e disturbi psicofisici.