Intervista Salute: Roberto Albanesi

Roberto Albanesi, dopo la laurea in ingegneria elettronica all’Università degli Studi di Pavia, ha vissuto il boom del personal computer come amministratore delegato della M.A.S.H. Computer Systems; parallelamente, dal 1983 al 2000, per la casa editrice Tecniche Nuove ha curato la traduzione della collana informatica e la realizzazione di numerosi CD-Rom, fra cui anche alcune enciclopedie multimediali. Dal 2000 dirige il sito Internet Albanesi.it – la voce degli italiani moderni, diventato ben presto uno dei punti di riferimento del mondo del benessere in Rete con oltre 1,5 milioni di visitatori unici mensili. È autore di numerosi testi riguardanti il benessere personale, lo sport e l’alimentazione.

Da quanti anni ti occupi di salute sul web?

Da quando è nato il sito albanesi.it, cioè da circa 15 anni. Essendo sportivo praticante, prima mi ero sempre interessato alla fisiologia e alla patologia dello sport.

Com’è cambiato il rapporto salute-lettori da quando le informazioni sono facilmente reperibili su internet?albanesi

Personalmente ritengo sia nettamente migliorato. La qualità della vita non può essere massima se non abbiamo la coscienza di ciò che viviamo; per vivere al meglio è necessario avere una coscienza economica, giuridica, medica ecc., dove per coscienza si intendono le basi necessarie per non commettere grossolani errori. Certo, ci si può affidare al consulente finanziario, all’avvocato, al medico, ma, basta guardarci intorno, spesso si resta scontenti e delusi. Il motivo non è tanto e solo nelle possibili lacune professionali della persona a cui ci siamo rivolti, ma anche nel fatto che noi non siamo stati in grado di sceglierla correttamente né di dialogare con essa. Nel campo della salute, Internet è il modo più veloce con il quale una persona dotata di buon spirito critico (necessario per poter facilmente selezionare le informazioni e valutarne l’affidabilità) può farsi una coscienza medica ed essere il primo medico di sé stessa. Selezionare informazioni affidabili non è difficile, basta confrontare diverse posizioni (nel campo del benessere spesso non è ancora stata detta l’ultima parola) e usare il buon senso per scoprire contraddizioni, omissioni e facili ottimismi. Nel mio sito c’è anche una sezione dedicata ai vari trucchi che gli operatori del settore (sia convenzionali sia alternativi) possono usare per presentare dati e risultati in forma esageratamente favorevole.

Cosa ne pensi della cybercondria? Cosa possono fare in questo senso gli addetti ai lavori?

Penso che il timore sia decisamente sovrastimato e nasconda la preoccupazione da parte dei canali tradizionali di perdere autorevolezza nei confronti della Rete; in altre parole non esiste il cybercondriaco, ma solo l’ipocondriaco che esaspera la sua condizione dopo una consultazione online. Le informazioni non arrivano solo dalla rete, ma anche dalla televisione (certi servizi sono di scarsa qualità, pensiamo ai tanti allarmismi ingiustificati gonfiati dai media per fare notizia), dai giornali, ma soprattutto dai medici stessi; non è raro che, applicando un’eccessiva precauzione, un medico faccia ipotesi piuttosto poco probabili che in persone ipocondriache non fanno altro che generare apprensione. Personalmente sono stato dato per spacciato da un medico che, consegnandomi gli esami del sangue, mi consigliava di recarmi subito da uno specialista perché l’alto valore della CPK poteva rivelare danni cardiaci (ma anche semplicemente un duro allenamento la sera prima dell’esame, cosa che il medico non aveva considerato). In altri termini, una persona equilibrata non diventa ipocondriaca dopo aver letto (e valutato affidabile) una pagina Internet né più né meno che dopo aver visto alla tv un servizio su una determinata patologia. L’unica avvertenza che un addetto ai lavori deve seguire è essere un buon giornalista del settore, ma questo vale per tutte le professioni.

Quali sono le condizioni di lavoro ideali per un salut-ista (giornalista che si occupa di salute)

Purtroppo molti salut-isti non fanno che riportare le informazioni ricevute senza nessun processo critico. Personalmente penso che un buon salut-ista debba essere in grado (ed essere messo in grado) di diffondere le informazioni valutandole criticamente, possibilmente riferendole a posizioni diverse da quelle di partenza. Noto invece che molti salut-isti pendono dalle labbra di chi intervistano e diventano dei semplici cronisti. Salut-isti non ci si improvvisa, soprattutto perché si deve avere una cultura medica di base che permetta di inquadrare la notizia nel panorama che la circonda, dandole il giusto peso, evidenziando voci contrastanti e comunque prendendo una posizione personale. Se un giornalista sportivo può essere tranciante sulla prestazione di un campione mondiale, non si capisce perché un salut-ista non possa trasmettere al lettore il suo giudizio su una ricerca magari dubbia. Il vero valore aggiunto del suo lavoro è ciò che somma alla semplice cronaca.

Come giudichi il panorama italiano circa l’informazione sulla salute?

Penso che ci siano luci e ombre. Avendo una posizione scientifica apprezzo ovviamente tutto ciò che viene pubblicato senza interessi commerciali o di carriera, ma soprattutto come informazione medica basata su basi scientifiche consolidate. Ovviamente ci sono anche pagine di scarso spessore come quelle che sottintendono fini smaccatamente commerciali o propongono improbabili terapie alternative; se ciò deriva direttamente dalla fonte, si può capire, ma ritengo che sia veramente negativo quando la notizia arriva da un giornalista che, non sapendo cosa scrivere, preferisce fare da cronista a informazioni dubbie o di importanza marginale. Non vorrei più vedere articoli del tipo “le albicocche fanno bene alle rughe”, preferendo magari un “così allo Spallanzani si combatte l’Ebola”.

Quali consigli daresti a un giovane che sta per iniziare questo mestiere?

Due sono gli aspetti da curare per evitare di diventare semplici cronisti. Come detto, non si può essere buoni salut-isti senza avere una preparazione medica di base. Non è certo necessario essere laureati in medicina, ma si deve avere una certa propensione per la materia, studiandone i concetti fondamentali. Il secondo aspetto è la formazione di una mentalità scientifica che sappia valutare i risultati che la medicina propone. Purtroppo nel nostro ordinamento scolastico alcune materie sono decisamente sottovalutate e vengono apprese solo nei corsi di laurea; mi chiedo per esempio come un giornalista che non sappia nulla di statistica possa saper valutare ricerche in campo epidemiologico Più semplicemente, un buon salut-ista deve essere in grado di trasmettere (e valutare) un’informazione non semplicemente qualitativamente, ma anche quantitativamente, cioè con i “numeri” collegati a essa. Per capirci, c’è una differenza immensa fra dire che una cura per i melanomi interessa il 3% di essi (e quindi è purtroppo tutto sommato marginale) e una semplice descrizione della stessa. In ambito scientifico sono i numeri che fanno la differenza.

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