Giustizia, Gratteri: “Solo i ricchi potranno difendersi”

Nuove polemiche dopo l’intervista del procuratore Nicola Gratteri: al centro le sue critiche alla separazione delle carriere e i presunti effetti sulla difesa.

Le accuse sulla separazione delle carriere

L’intervista rilasciata dal procuratore Nicola Gratteri ha riacceso il confronto pubblico sulla riforma della giustizia e, in particolare, sulla separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante.

Nel colloquio, il magistrato ha sostenuto che con la riforma il pubblico ministero non sarebbe più tenuto a raccogliere anche le prove favorevoli all’imputato. Un’affermazione che ha sollevato obiezioni da parte di diversi osservatori, secondo i quali l’obbligo previsto dall’articolo 358 del codice di procedura penale resterebbe invariato, non essendo oggetto di modifica nel testo della riforma.

Il nodo riguarda quindi la distinzione tra interventi costituzionali e disciplina processuale ordinaria: la riforma interviene sulla struttura delle carriere, ma non modifica le norme che regolano i doveri investigativi del pubblico ministero.

Difesa e costi: il tema dei “ricchi e poveri”

Un altro passaggio dell’intervista ha riguardato l’accesso alla difesa. Secondo Gratteri, le nuove regole rischierebbero di penalizzare chi dispone di minori risorse economiche.

La tesi si fonderebbe sull’idea che la separazione delle carriere trasformerebbe il pubblico ministero in una figura assimilabile all’“avvocato dell’accusa”. Tuttavia, la riforma non prevede l’uscita del pm dall’ordine giudiziario, che rimane costituzionalmente definito come autonomo e indipendente.

Il dibattito si concentra quindi sull’interpretazione delle conseguenze sistemiche della riforma e sulla distinzione tra assetto ordinamentale e funzione processuale.

Il nodo dell’indipendenza del pm

Tra i punti più discussi anche il rischio di una presunta subordinazione del pubblico ministero al potere esecutivo. Nell’intervista si ipotizza uno scenario in cui le priorità investigative possano essere indirizzate dal governo o dal Parlamento.

I critici di questa lettura richiamano l’articolo 104 della Costituzione, che definisce la magistratura come ordine autonomo e indipendente, includendo sia giudici sia pubblici ministeri. Secondo questa impostazione, la riforma non introdurrebbe alcun legame gerarchico con l’esecutivo.

Lo scontro, più che sul testo normativo, si gioca dunque sull’interpretazione delle sue possibili ricadute. In vista del referendum, la contesa tra sostenitori del sì e del no si muove anche sul terreno dell’informazione e della corretta lettura tecnica delle norme.

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