Salari e contratti, Landini attacca il governo: “Così si perde potere d’acquisto”

Il segretario della Cgil critica i rinnovi nel pubblico, denuncia stipendi erosi dall’inflazione, precarietà crescente e una crisi industriale che penalizza settori strategici.

Contratti pubblici e stipendi erosi dall’inflazione

Per affrontare il nodo dei salari in Italia bisogna ripartire dai contratti. È questa la linea indicata dal segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, intervenuto durante una puntata di Piazzapulita su La7. Al centro delle sue critiche le scelte dell’esecutivo sui rinnovi contrattuali nel pubblico impiego. Secondo Landini, l’aumento del 6% riconosciuto nei contratti di sanità e scuola risulta insufficiente se confrontato con un’inflazione che, nello stesso periodo, ha raggiunto il 18%. Un divario che, di fatto, ha prodotto una perdita secca del potere d’acquisto. Il sindacato, ha ricordato, non ha sottoscritto quegli accordi.

Fuga dal pubblico e lavoro sempre più precario

La compressione salariale, secondo il leader sindacale, sta alimentando l’esodo dal settore pubblico. Medici e infermieri lasciano il servizio sanitario, mentre gli insegnanti italiani restano tra i meno pagati in Europa. Anche le nuove generazioni scelgono sempre più spesso di cercare opportunità all’estero, attirate da stipendi e prospettive migliori. Landini respinge l’idea che salari bassi rendano il Paese più competitivo: una strategia che, a suo giudizio, finisce per indebolire l’intero sistema economico. Sul fronte occupazionale cita dati Inps che mostrano una crescita trainata soprattutto dal lavoro a termine: i contratti precari sarebbero saliti da 3 a 4,7 milioni, con un’espansione concentrata nei servizi e nel commercio, dove aumentano le forme contrattuali meno tutelate.

Industria in difficoltà e il caso Stellantis

Il segretario della Cgil segnala inoltre una crisi profonda in comparti chiave dell’industria, dall’automotive alla siderurgia fino alla chimica. L’aumento dell’occupazione in settori legati alla difesa non sarebbe sufficiente a compensare queste perdite. Emblematico il caso di Stellantis: in Italia dispone di quattro stabilimenti e di una capacità produttiva teorica di circa un milione e mezzo di veicoli, ma la produzione effettiva si ferma intorno alle 400.000 unità. Landini denuncia l’assenza di un confronto strutturato con il governo e richiama l’attenzione sulle dismissioni di realtà storiche come Iveco e Magneti Marelli, chiedendo un tavolo che coinvolga istituzioni, imprese della componentistica e sindacati.

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