La sospensione dei daspo per i disordini alla stazione Centrale riaccende lo scontro tra governo e magistratura, con la premier che punta il dito contro i giudici amministrativi lombardi.
Le parole della premier sulla sicurezza
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni torna a intervenire sul tema della sicurezza pubblica e critica apertamente una recente decisione del Tar della Lombardia. Durante la trasmissione Speciale Porta a porta – 30 anni della nostra vita, andata in onda il 21 gennaio e condotta da Enrico Mentana, la premier ha richiamato i disordini avvenuti a Milano il 22 settembre scorso, in occasione di un corteo pro Pal.
Secondo Meloni, la scelta dei giudici amministrativi di sospendere i daspo urbani nei confronti di alcuni manifestanti coinvolti negli scontri rappresenta un segnale negativo: a suo giudizio, decisioni di questo tipo finiscono per “mortificare il lavoro delle forze dell’ordine”, vanificando gli interventi messi in campo per garantire l’ordine pubblico.
I fatti del 22 settembre e i provvedimenti
Durante il corteo, la stazione Centrale di Milano era stata danneggiata, con conseguenze che – ha sottolineato la premier – comporteranno spese di ripristino a carico dei contribuenti. Proprio in seguito a quegli episodi, erano stati emessi provvedimenti di daspo urbano nei confronti di quattro giovani: due studentesse universitarie di 21 anni e due studenti liceali minorenni.
Le misure prevedevano il divieto, per due anni, di stazionare nei pressi di diversi locali cittadini e, per un anno, l’impossibilità di accedere o avvicinarsi alla stazione Centrale, ai treni, alla metropolitana e alle aree circostanti.
La decisione del Tar della Lombardia
I giudici amministrativi hanno sospeso i daspo dopo il ricorso presentato dagli avvocati Maria Teresa Brocchetto e Paolo Oddi, legali dei ragazzi. Al momento, la sospensione riguarda una delle studentesse universitarie e i due minori, ma è ritenuto probabile che l’orientamento venga esteso anche all’altra ventunenne coinvolta.
Secondo il Tar, le contestazioni sollevate dalla difesa sul presunto pericolo concreto per la sicurezza pubblica non appaiono “implausibili”. A incidere sulla valutazione anche il venir meno, nel frattempo, delle misure cautelari in sede penale. Inoltre, i giudici hanno ritenuto che l’ampiezza delle aree interessate dai divieti di accesso fosse sproporzionata rispetto ai fatti contestati, in contrasto con il principio di proporzionalità.
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