Alessandro Barbero spiega le ragioni del No alla riforma Nordio: timori su Csm, sorteggio e autonomia dei magistrati. Il suo intervento accende il dibattito.
Barbero entra nel dibattito sul referendum
Con un intervento diretto e dal linguaggio accessibile, Alessandro Barbero ha annunciato la sua scelta di votare No al referendum confermativo sulla riforma costituzionale della giustizia. In un video diffuso online, lo storico ha spiegato di temere un indebolimento delle garanzie per i cittadini, qualora i magistrati si trovassero esposti a pressioni o condizionamenti della politica.
La posizione di Barbero si inserisce nel fronte contrario alla riforma promossa dal ministro Carlo Nordio, affiancando la campagna sostenuta dall’Associazione Nazionale Magistrati e dal comitato “Società civile per il No”, presieduto da Giovanni Bachelet.
I punti critici: Csm, sorteggio e Alta Corte
Nel suo ragionamento, Barbero chiarisce che la riforma non interviene sulla separazione delle carriere in senso stretto, già prevista nell’ordinamento attuale. Il nodo centrale, secondo lo storico, riguarda invece il ruolo e la struttura del Consiglio Superiore della Magistratura, chiamato a garantire l’autonomia e l’autogoverno delle toghe.
Barbero contesta in particolare l’introduzione del sorteggio per la selezione dei membri togati, definendolo un meccanismo inusuale per organi di alta responsabilità. A questo si aggiunge la previsione di uno sdoppiamento del Csm e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare, che a suo avviso rischierebbero di aumentare il peso della componente politica nei nuovi organismi, riducendo le tutele per l’indipendenza della magistratura.
Reazioni e confronto con i sostenitori del Sì
L’intervento di Barbero ha avuto un forte impatto nel dibattito pubblico, rafforzando il fronte del No, che annovera anche personalità del mondo culturale e artistico. Le sue parole hanno però suscitato la replica dei sostenitori della riforma. Tra questi Antonio Di Pietro, oggi promotore del comitato “Sì Separa” della Fondazione Luigi Einaudi, che ha indirizzato allo storico una lettera pubblica.
Di Pietro, pur dichiarandosi estimatore di Barbero, ha messo in discussione le sue conclusioni, invitandolo a rileggere il testo della riforma e contestando l’interpretazione secondo cui essa aprirebbe la strada a un controllo politico sui magistrati. Un confronto che testimonia come il referendum sulla giustizia stia attraversando non solo la politica, ma anche il mondo accademico e culturale, rendendo il dibattito sempre più acceso.
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