Renzi sul referendum del 2016: “Ho capito che avevamo perso la mattina del voto, in fila al seggio”

L’ex premier racconta in un’intervista esclusiva a corriere.it il momento della sconfitta, le dimissioni immediate e i rimpianti: “Avrei dovuto lasciare il giorno prima. Dopo pensai di andare negli Stati Uniti”.

Il momento della consapevolezza

Matteo Renzi colloca l’istante decisivo del referendum costituzionale del 2016 in una scena quotidiana: la fila al seggio, la domenica mattina del voto. Fino a pochi mesi prima, racconta, i sondaggi erano incoraggianti. Poi una serie di eventi internazionali e politici – dalla Brexit alle elezioni amministrative, fino all’elezione di Donald Trump – avrebbe cambiato il clima. In quel momento, spiega, capì che il voto non riguardava più la riforma, ma era diventato un giudizio sul governo. Poco dopo lo disse anche alla moglie Agnese, mentre si recavano a messa, e raggiunse Palazzo Chigi per gestire la sconfitta.

Il legame tra riforma e governo

Renzi respinge l’idea di aver “personalizzato” il referendum, sostenendo che l’esecutivo fosse nato proprio con l’obiettivo di portare a termine quelle riforme. L’unico errore che oggi si attribuisce è non essersi dimesso il giorno prima del voto, scelta che avrebbe chiarito la distinzione tra il destino della riforma e quello del governo. A suo giudizio, la dinamica è simile a quanto avvenuto nel Regno Unito con David Cameron dopo la Brexit: perdere un referendum di quella portata rende politicamente inevitabile lasciare l’incarico.
L’ex premier rivendica però l’azione riformatrice del suo esecutivo, definendola una fase di cambiamento intenso che avrebbe scosso un sistema politico considerato immobile, guidato improvvisamente da una classe dirigente più giovane e in parte femminile.

Le dimissioni e l’idea di cambiare vita

La notte tra il 4 e il 5 dicembre 2016, Renzi afferma di non aver mai avuto dubbi sulle dimissioni. Lo comunicò al Presidente della Repubblica e a due leader internazionali a lui vicini, Barack Obama e Angela Merkel, lasciando non solo la guida del governo ma anche la segreteria del Partito Democratico. In quelle ore, racconta, pensò seriamente di trasferirsi negli Stati Uniti per lavorare nel settore privato, avendo ricevuto offerte che definisce vantaggiose.
Il periodo successivo, però, fu segnato da forti tensioni: attacchi mediatici, indagini giudiziarie e un clima che Renzi descrive come una “stagione dell’odio”. Nonostante ciò, ricorda la notte delle dimissioni come un momento di compostezza e gratitudine, vissuto insieme alla famiglia prima del rientro a Firenze.

Bilanci politici e rimpianti

Col senno di poi, Renzi individua un altro errore: aver accettato l’idea di “ripartire” all’interno del partito dopo le dimissioni, invece di allontanarsi del tutto. A suo avviso, una parte del Pd puntava a logorarlo nel tempo, rinviando le elezioni e favorendo una transizione politica che avrebbe poi portato a nuovi equilibri.
Oggi, a distanza di anni, l’ex premier afferma di sentirsi sereno: sostiene che il tempo abbia chiarito la necessità della riforma costituzionale e il bilancio del suo governo, e dice di guardare al futuro politico con maggiore libertà, senza l’ossessione di tornare a Palazzo Chigi.